In altri lavori, l’inchiostro e il disegno si inseguono in un gioco tra istinto e controllo. La macchia, lasciata agire liberamente sulla carta, viene poi attraversata dalla linea: un tracciato preciso, ma mai rigido, che la segue, la interpreta, talvolta la contraddice. Qui, Pinosio esplora il confine – sottilissimo – tra il caos creativo e la volontà ordinatrice dell’artista. Ogni opera si fa così testimonianza di un equilibrio instabile, dove l’imprevisto è accolto e guidato, mai domato del tutto.
Il mare, in questa esposizione, è molto più di un tema: è un motore simbolico, un’arena fluida in cui i contrari dialogano. Materia e luce, forma e dissolvenza, gesto e progetto si confrontano come onde in movimento.
Le “alchimie” evocate dal titolo non sono dunque solo estetiche, ma esistenziali: ogni opera è il frutto di una trasformazione, di un attraversamento, di un’intuizione che prende corpo.
Pinosio non offre risposte, ma occasioni di stupore. I suoi pesci non nuotano in un acquario, ma nel vuoto dello spazio espositivo; le sue alghe non crescono su fondali, ma nel gesto sospeso del disegno. E proprio in questa sospensione, tra concretezza e immaginazione, tra artigianalità e visione, si inserisce la potenza poetica del suo lavoro.
In un tempo in cui la materia sembra perdere peso e significato, Alchimie Marine ci ricorda che anche il filo di ferro – se guidato da una mano consapevole – può danzare come un pensiero.
Armando Blasi