C’è qualcosa di ostinato nel modo in cui il filo di ferro prende forma. Una produzione composita, insistita, come a ricercare, a vivificare, nel ripetersi di immagini, un’ossessione sfocata.
And Art Gallery,
Contrà Frasche del Gambero 17,
Vicenza
C’è qualcosa di ostinato nel modo in cui il filo di ferro prende forma. Una produzione composita, insistita, come a ricercare, a vivificare, nel ripetersi di immagini, un’ossessione sfocata.
Le linee di filo metallico attraversano lo spazio con precisione, come il filo che le Moire tendono nell’ombra, indifferenti e precise. Ogni curva, ogni tensione, ogni nodo è una presenza silenziosa che risuo-
na nella mente di chi guarda, nell’aria che il filo divide e attraversa, irriconoscibile e familiare allo stesso tempo, come il destino che torna in forme sempre diverse ma sempre riconoscibili a chi sa fermarsi a guardare.
Gli oggetti che abitano queste sculture sono familiari. Una sedia, un tavolo, una lampada: l’arredamento di uno spazio ideale, ridotto alla sua pura intenzione. Il filo non imita, non inganna, rivela la struttura nascosta delle cose, ciò che le tiene insieme prima che la materia le ricopra e le renda opache, così come il filo della vita corre invisibile sotto la superficie di ogni esistenza, annodandosi dove non vediamo, spezzandosi dove non attendiamo. Il vuoto tra i fili vale quanto la materia: è lo spazio che dà significato alla forma, il respiro che rende possibile la visione. Togliere la materia non impoverisce l’oggetto ma lo libera, lo riconsegna alla sua idea originaria.
L’ oggetto domestico, così consueto nell’abitudine quotidiana, diventa qui trasparente, attraversabile con lo sguardo. Lo spazio ideale che queste sculture arredano non è uno spazio fisico: è una soglia tra il riconoscere e il vedere per la prima volta, tra il vivere e il sapere di vivere. La lampada che non illumina ma è essa stessa luce. Il tavolo che non sorregge nulla eppure sostiene un’intera idea di convivenza. La sedia che non accoglie nessuno eppure conserva la memoria di un corpo che è stato, che potrebbe tornare, come un filo che si allenta senza spezzarsi, tenuto da mani che non vediamo. Ogni oggetto è un ricordo che ha preso forma, una presenza costruita sull’ombra.
La coerenza di questo lavoro va ricercata nello sguardo parziale, nella sottile proporzione tra volumi suggeriti e tenuissimi chiaroscuri, una grammatica visiva che rivela quanto il nostro continuo passare tra le cose ci renda ciechi alla loro complessità, alla materia che cogliamo negli oggetti quotidiani solo in modo distratto, mai davvero presenti. Ci vogliono opere come queste per ricordarci che guardare non è ancora vedere, che la familiarità è spesso la forma più sottile di cecità.
Figure avvolte in un silenzio carico di significati lasciano tracce di un’esistenza fragile eppure resistente: tutto parla di un’assenza che è anche una forma di fedeltà, di una perdita che non rinuncia alla propria forma. Il filo di ferro, umile, pieghevole ma tenace, invita a cercare la propria linea d’ombra: a quel momento dell’infanzia in cui ci si approcciava al mondo senza pensieri né pregiudizi, quando ogni cosa era ancora integra e stupefacente nella sua novità. Dove il confine tra le cose e la loro essenza non era ancora tracciato. Una trama di forme che nessuno tocca, ma che tutti, in qualche modo sentono, perché il filo non ci porta avanti, ci riporta a casa.
Nicola Bertoldo