Nel silenzio stratificato del Museo di Portogruaro, le sculture in filo di ferro di Giovanni Pinosio si intrecciano con la memoria delle pietre antiche, disegnando una mappa sospesa di corpi, segni e visioni.
Museo Nazionale Concordiese,
Portogruaro
Nel silenzio stratificato del Museo di Portogruaro, le sculture in filo di ferro di Giovanni Pinosio si intrecciano con la memoria delle pietre antiche, disegnando una mappa sospesa di corpi, segni e visioni.
Levitas — parola latina che, oltre alla leggerezza fisica, in origine significava anche instabilità e mutevolezza — viene qui riletta in senso poetico: vibrazione sottile, tensione tra essere e divenire, tra eros e arché, tra forma e dissoluzione. È il momento sospeso del respiro, quello che non trattiene e non rilascia: un’attesa viva, un confine impercettibile tra interno ed esterno.
Le opere di Pinosio nascono da questo spazio intermedio. Corpi spezzati, anatomie interrotte, membra in ascolto non si impongono, ma si insinuano. Evocano più che descrivere, aprono più che chiudere.
Il filo di ferro, fragile e tenace al tempo stesso, diventa gesto, respiro, tensione grafica nello spazio: come se un disegno avesse appreso il ritmo del fiato.
Il museo stesso si fa corpo poroso, spazio respirante in cui il passato dialoga con il presente. Le antiche presenze di marmo e pietra diventano interlocutori silenziosi: accolgono senza opporsi, accompagnano
senza sovrastare. Dai reperti in pietra si diparte il filo, che ricostruisce parti mancanti per poi dissolversi e intrecciarsi ai corpi sospesi di Pinosio.
Ogni elemento respira in relazione all’altro, in un ecosistema visivo in cui il vuoto è generativo, il non-finito è valore, la leggerezza è forma di ascolto. Non si tratta di esporre sculture finite, ma di rivelare un processo:
fili, strutture, materiali diventano parte viva di un cantiere poetico, in cui la forma si mostra nel suo farsi. Il gesto scultoreo non chiude, ma apre.
Come un filo di Arianna teso tra le epoche, il lavoro di Pinosio ci conduce in un labirinto fatto di respiro, intuizione e desiderio. Ogni opera è una soglia: tra visibile e invisibile, tra il peso della storia e la leggerezza della visione.
In un tempo dominato dall’opacità e dall’eccesso, queste presenze sottili ci invitano a fermarci, ad ascoltare il respiro del corpo. Lì dove la forma non si impone, ma semplicemente appare — e scompare — per un istante.
Andrea Gorgato